venerdì, novembre 20, 2009

Il terrorista

 

« Schiaffoletale

                   all’angelo del paradiso ghiotto

Ai cinguettanti parchi del piacere

            alla cuccagna femmineo-cristallina

Alle porno-tane squadernate,

            alle messe che vellicano Dio

Alla loro prosperità, al loro cielo incorruttibile

Alla loro democrazia, ai loro partiti, ai loro televisori,

                             alle loro ville al mare

Schiaffoletale, odio, odio… vendetta »

 

Cercano l’omicida: chi è? un arabo? un italiano?

Un tedesco? un mongolo? Sforna versioni il computer

Chi è il distruggitore?

            Un uomo o uno spettro da un libro

Composto un secolo addietro

                   nella mucida, malata Pietroburgo

Parto del sottosuolo,

fantasma di un cervello dostoievsco     

 

1985

 

 

(Sergej Stratanovskij, Buio diurno, Einaudi 2009)

postato da: alfred58 alle ore 20:42 | Permalink | commenti (8)
categoria:poesia
giovedì, novembre 05, 2009

Ich sterbe. Che cosa significa ? Sono parole tedesche. Significano io muoio. Ma da dove vengono, perché eccole qui improvvisamente? Lo vedrete, abbiate pazienza. Vengono da lontano, riaffiorano (si dice: «mi ritorna in mente») dall’inizio del secolo, da una città d’acqua tedesca. In realtà vengono da ancora più lontano… non affrettiamoci, un passo alla volta. Dunque, all’inizio di questo secolo – nel 1904, per essere più esatti – in una camera d’albergo di una città d’acqua tedesca un uomo morente si raddrizza sul suo letto. Un russo. Ne conoscete il nome: Čechov, Anton Čechov. Uno scrittore di grande reputazione, ma qui questo importa poco, potete scommettere che non si è mai sognato di lasciarci una parola celebre di morente. No, lui proprio no, non era il suo genere. La sua reputazione non ha qui altra importanza oltre l’aver permesso che queste parole non si perdessero, come si sarebbero perse se fossero state pronunciate da uno qualunque, un morente qualsiasi. A questo si riduce la sua importanza. Ma c’è qualcos’altro che importa. Čechov, come sapete, era medico. Era tubercolotico ed era arrivato lì, in quella città d’acqua, per curarsi; in realtà, come aveva confidato a qualche amico con quell’autoironia, quella feroce modestia, quell’umiltà che gli conosciamo, per «crepare». «Vado laggiù a crepare», aveva detto loro. Vediamo: era medico e, all’ultimo momento, avendo presso il suo letto da un lato sua moglie e dall’altro un medico tedesco, si è rialzato e ha detto, non in russo, non nella sua lingua materna, ma nella lingua dell’altro, la lingua tedesca, ha detto, ad alta voce e articolando bene «Ich sterbe». Ed è ricaduto, morto.


Ed ecco che queste parole pronunciate su quel letto, in quella camera d’albergo, tre quarti di secolo fa, vengono… spinte dal vento… a posarsi qui, piccola brace che annerisce, brucia la pagina bianca… Ich sterbe.


Saggio. Modesto. Ragionevole. Sempre poco esigente. Si accontenta di quel che gli viene dato… Ed è così indifeso, privo di parole… non ne ha… non assomiglia a niente, di già raccontato, immaginato, da nessuno… come quando si dice, non ci sono parole per dirlo… non ci sono più parole qui… Ma ecco che vicinissima… alla sua portata… pronta a servire… con quella borsa, quegli strumenti… ecco una parola tedesca di buona fattura, una parola di cui quel medico tedesco si serve correntemente per constatare un decesso, per annunciarlo ai parenti, un verbo solido e forte: sterben… grazie, lo prendo, saprò anch’io coniugarlo correttamente, saprò servirmene come si deve e saggiamente applicarlo a me stesso: Ich sterbe

Opererò io stesso… non sono forse medico anch’io?… la traduzione in parole… un’operazione che metterà ordine in questo disordine senza limiti. L’indicibile verrà detto. L’impensabile sarà pensato. Quel che è insensato ricondotto alla ragione. Ich sterbe.

 

segue…..

 

(Nathalie Sarraute, L'Usage de la parole, Éditions Gallimard 1980)

 

traduzione alfredo riponi

 

 

 

postato da: alfred58 alle ore 19:43 | Permalink | commenti (3)
categoria:traduzioni, sarraute
martedì, ottobre 06, 2009
desforetsSu imperfetta ellisse

Louis René des Forêts - Poesie di Samuel Wood

Louis-René des Forêts (1918-2000) è stato uno dei maggiori poeti francesi, forse il più appartato e singolare. Amico di Bonnefoy, di Celan, di Dupin, di Leiris, con i quali fondò nel 1967 la rivista L'Ephémère, ha pubblicato soltanto una decina di volumi, in cui però la ricerca e l'analisi della esperienza umana e della vita interiore hanno raggiunto valori altissimi, insieme a quelle sulla parola e il suo opposto, il silenzio. Pubblico qui le prime tre parti del poema "POESIE DI SAMUEL WOOD", alla cui traduzione si è impegnato Alfredo Riponi, autore anche dell'articolo di presentazione "Una voce che viene da fuori". Un lavoro che meriterebbe un editore. Un post non facile, che richiede un sincero impegno al lettore. Ma un degno modo di festeggiare il quattrocentesimo post di Imperfetta Ellisse.

postato da: alfred58 alle ore 20:34 | Permalink | commenti (3)
categoria:louis rené des forêts
sabato, settembre 26, 2009


Willy_Ronis_Nues


Estro

 

 

Da quando ci siamo guardati in volto

Nell’amarci,e abbiamo esaltato il piacere

Scrutandolo negli occhi;

e ascoltato nei gridi estrogeni

e androgeni l’invito

e i fremiti e gli stimoli dei corpi,abbiamo ricevuto il dono indicibile,

più d’ogni altro nel regno –

con le immaginazioni più maliziose.

E il nostro sapere ci ha conosciuto,

e nei diaframmi iridati tra le ciglia

abbiamo forse creduto

percettibile lo spirito.

 


 

Pier Luigi Bacchini

Contemplazioni meccaniche e pneumatiche, Mondatori 2005

 



postato da: farouche alle ore 18:02 | Permalink | commenti (7)
categoria:
sabato, settembre 19, 2009

Kessler_Jouffroy-bluetrain-14Un poema di Alain Jouffroy da : Éternelle extravagance, in C’est aujourd’hui toujours, Poésie / Gallimard, 1999

Pubblicato anche su imperfettaellisse
 
***
 






Pour qui j’écris
 
Non scrivo per voi
che vi prendete per giudici
appena vi si pone delle domande inattese. 
Voi i rassegnati del pessimismo dell’ultima ora
voi che non amate niente
come l’isolazionismo
voi che confondete la scrittura, la pittura e l’assolo,
quando la rete mondiale occupa già tutta la superficie del vostro piccolo cervello.
Né per voi, ultimi nostalgici del gregge,
col vostro risentimento incessante,
voi i nemici di tutto ciò che è straniero,
voi che non detestate niente
come facies, magrebini e i nostri padri d’Africa
che non avete vergogna d’ignorare Cravan,
Vossnessenski, Ginsberg et Degenhardt,
perché hanno spezzato il loro cerchio,
no, non è per voi che scrivo.
 
Non scrivo per voi
adepti di tutte le pubblicità
con la vostra incultura da compact disc
Voi che trattate le donne da sciocche
e piagnucolate come bambini quando vi mollano. Voi e il vostro disprezzo di tutte le   rivoluzioni che non avete fatto,
come se la perdita di ogni libertà fosse il vostro solo viatico.
E nemmeno per voi
che rispondete con gli insulti a coloro che disturbano i vostri commerci.
Voi gli avidi mercanti dal Tempio,
che non amate niente come il portafoglio e i telegiornali,
i cliché di tutti i supermercati,
il vostro disgusto di voi stessi e i vostri espedienti per sopravvivere senza utopia,
la vostra società senza società e i vostri tappeti antiscivolo.
No, non è per voi che scrivo.
 
Scrivo per voi
che aprite la strada dalla Grecia alla Cina
e fate guerra alla stupidità nazionale fin nel vostro rifugio. Diventerete
gli architetti del looping
sotto i fili d’acciaio di tutte le istituzioni.
Per voi che ingranate la marcia del pensiero nella vostra auto in piena notte.
Per voi che defenestrate i vostri fantasmi,
che suicidate ogni disperazione attraverso il lucernario della memoria
e sognate ogni giorno di incontri, di viaggi trasversali e di altri modi di farsi vedere.
 
Sì. Per voi che lanciate aghi di bussola tra le vostre finestre e la porta d’ingresso degli altri,
tra l’Egitto dei Fatimidi, Granada, tutti gli esili e le isole,
Per voi che disertate il Tempio dove il giovane Gesù non riapparirà,
finché l’Occidente si drappeggerà nel suo razzismo di vecchio stampo,
finché Isabella e Ferdinando saranno i cromosomi dell’egoismo.
Per voi che tracciate linee intermedie, a metà strada tra
movimento del punto
e effetto di piano;
Per voi il cui solo documento d’identità è la carta del cielo.
 
È per voi che deploro tutto ciò che non riesco a scrivere.
 
maggio 1998
 
***
 

Je n’écris pas pour vous
qui vous prenez pour des juges
dès qu’on vous pose des questions inattendues.
Vous les assis du pessimisme de la dernière cuvée,
vous qui n’aimez rien tant
que l’isolationnisme,
vous qui confondez l’écriture, la peinture et le solo,
quand le réseau mondial occupe déjà toute la superficie de votre petit cerveau.
Ni pour vous, derniers nostalgique du troupeau,
avec votre ressentiment incessant,
vous les ennemis de tous ce qui vous est étranger,
vous qui ne détestez rien tant

que les faciès, les beurs et nos pères d’Afrique,
qui n’avez pas hontes d’ignorer Cravan,
Vossnessenski, Ginsberg et Degenhardt,
parce qu’ils ont brisé leurs circonférences,
non, ce n’est pas pour vous que j’écris.

Je n’écris pas pour vous,
suiveurs de toutes les pub,
avec votre inculture de disques compacts.
Vous qui traitez les femmes comme des pantoufles
et pleurnichez comme des gosses quand elles vous larguent. Vous et votre mépris de toutes les révolutions que vous n’avez pas faites,
comme si la perte de toute liberté était votre seul viatique.
Et pas davantage pour vous
qui répondez par insultes à ceux qui dérangent votre commerce.
Vous les marchands branchés du Temple,
qui n’aimez rien tant que les portefeuilles et les infos,
les clichés de tous les supermarchés,
votre dégoût de vous-même et vos combines de survie sans utopie,
votre société sans société et vos tapis antivolants.
Non, ce n’est pas pour vous que j’écris.

J’écris pour vous
qui frayez le chemin de la Grèce à la Chine

et faites la guerre contre la bêtise nationale jusque dans votre forteresse. Vous deviendrez

les architectes du looping

sous les filets d’acier de toutes les institutions.

Pour vous qui relancez la vitesse de pensée dans votre voiture en pleine nuit.

Pour vous qui défenestrez vos fantasmes,

qui suicidez tout désespoir par le vasistas de la mémoire

et rêvez chaque jour de rencontres, de voyages transversaux et d’autres façons de se faire voir.
 
Oui. Pour vous qui lancez des aiguilles de boussoles entre vos fenêtres et la porte piétonne des autres,

entre l’Égypte des Fatimides, Grenade, tous les exils et toutes les îles,

Pour vous qui désertez le Temple où le jeune Jésus ne reparaîtra pas,

tant que l’Occident se drapera dans son racisme aux cheveux blancs,

tant qu’Isabelle et Ferdinand seront les gènes du je.

Pour vous qui tracez des lignes intermédiaires, à mi-chemin
entre mouvement de point et effet de plan ;
Pour vous dont la seule pièce d’identité est la carte du ciel.
 
C’est pour vous que je déplore tout ce que je n’écris pas.
 
mai 1998
 
 
trad. a. riponi ; g. cerrai
 
***
 

Alain Jouffroy è nato l’11 settembre 1928 a Parigi. Membro del gruppo surrealista dal 1947 al 1948. Decisivo l’incontro con Breton, che pubblica le sue prime poesie in varie riviste. La sua prima raccolta poetica « A toi », è pubblicata nel 1958. Da allora ha pubblicato un centinaio di libri tra poesia saggio e romanzo. L’attività letteraria è anche, per Jouffroy, una battaglia per i diritti rivoluzionari dell’individuo. Nel 1968 pubblica il saggio “L’abolizione dell’arte”; nel 1975 il libro di saggi “De l’individualisme révolutionnaire”. Tra i libri di più recente pubblicazione: le antologie poetiche C’est aujourd’hui toujours (1947-1998)” e “C’est, partout, ici (1955-2001)” “Manifeste de la poésie vécue”, 1995; “Conspiration”, 2000; “Vies suivi de Les Mots et moi”, 2003 e Trans-Paradis-Express, 2006, riscrittura dell’Inferno di Dante oggi.

 
 
postato da: alfred58 alle ore 13:29 | Permalink | commenti (10)
categoria:poesia, traduzioni, jouffroy
domenica, settembre 13, 2009

antefatti : discorsisospesi: ABK

 
“Lui che nelle notti insonni si suddivide nei singoli organi di cui aspetta i segnali, dei cui infausti movimenti è consapevole, ha bisogno di un metodo che al suo corpo prescriva l’unità. La medicina ufficiale gli sembra nociva perché si occupa troppo dei singoli organi. Il rifiuto della medicina è però anche in parte odio di se stesso: anche lui dà la caccia ai sintomi, quando la notte giace insonne.”

Elias Canetti, L’altro processo. Le lettere di Kafka a Felice, Guanda 1990


Il mondo è tutto un caso. Secondo un mio amico, sbagliavo a pensarla così. Il mio amico diceva che per chi viaggia in treno il mondo non è un caso, anche se il treno sta attraversando territori sconosciuti al viaggiatore, territori che il viaggiatore non rivedrà mai più in vita sua. Non è un caso neppure per chi si alza alle sei del mattino morto di sonno e va al lavoro. Per chi non ha altra scelta che alzarsi e aggiungere altro dolore al dolore che ha già accumulato. Il dolore si accumula, diceva il mio amico, è un dato di fatto, e quanto più grande è il dolore, minore è il caso.”

Roberto Bolaño, 2666. vol. I , Adelphi 2007

 


Malattia e Kafka

A quanto racconta Canetti nel suo libro su Kafka, il più grande scrittore del XX secolo capì che i dadi erano gettati, e che ormai nulla lo separava dalla scrittura il giorno in cui per la prima volta sputò sangue. Che cosa voglio dire quando dico che ormai nulla lo separava dalla scrittura? Sinceramente, non lo so molto bene. Immagino di voler dire questo: Kafka capiva che i viaggi, il sesso e i libri sono vie che non portano da nessuna parte, eppure sono vie lungo le quali bisogna inoltrarsi e perdersi per ritrovarsi o per trovare qualcosa, qualunque cosa, un libro, un gesto, un oggetto perduto, per trovare un metodo, se si ha un po' di fortuna: il nuovo, quello che è sempre stato lì.

 

Roberto Bolaño, conclusione a Letteratura + malattia = malattia

[in: Il gaucho insostenibile, ed. Sellerio]

da : discorsisospesi

 

postato da: alfred58 alle ore 15:37 | Permalink | commenti (3)
categoria:kafka, bolaño
mercoledì, settembre 09, 2009
copj13.asp

Registro di poesia 2. Premio di letteratura « i miosotìs» intitolato a Giancarlo Mazzacurati e a Vittorio Russo. 3ª edizione 2008-09 - € 15,00 - 2009, 78 p., brossura Curatore Frasca G. Editore D'If  (collana I fuoricollana) - ISBN 987-88-88413-77-8

 

i 17 selezionati inclusi nel Registro di Poesia n#2

ALESSANDRA CONTE (Dueville - Vicenza)  – ANNA MARIA FERRAMOSCA (Roma) – RITA R. FLORIT (Roma) – ANDREA GIGLI (Firenze) –  MARIANGELA GUATTERI (Montericco - Albinea RE) – GAIA GUBBINI (Roma) – LAURA LIBERALE (Vigodarzere - PD) – EUGENIO LUCREZI (Napoli) – SILVIA MOLESINI (Costermano - VR) – RENATA MORRESI (Macerata) – MATTEO PELLITTI (Pisa) – ALESSANDRO RAVEGGI (San Casciano - FI) – ALFREDO RIPONI (Monterchi - AR) – FEDERICO ROMAGNOLI (Siena)ANGELO ROSSI (Caserta) – FEDERICO SCARAMUCCIA (Chiavari) – ELISA DAVOGLIO (Roma).

da: Tenaci disperazioni di Rita R. Florit

L’auscultazione dell’orologeria del corpo, propria di tanta poesia al femminile, fonde in modo inatteso nel  picco di Tenaci disperazioni, magari per una strana qualità risonante della pelle del verso, l’interno con l’esterno, in un unico buio che avvolge ed è avvolto, da cui mettersi per l’appunto all’ascolto di una sorta di brusio permanente. Quanto poi queste stesse voci, consunte e frammentate nei versi di Rita Florit, contribuiscano tenacemente a fare immagine giusto di quel buio disperante, non può certo stupire se si considera quanto sia perseguito, a ogni latitudine, l’effetto sonar della poesia.


Esiste questa forza contrapposta
che scaglia temperanza oltre i confini,
convoca asciutte nubi primordiali,
calcina freschi cieli inappagati.
Si sfrangeranno ai bordi del Consueto
le resistenze inutili del fare,
arrugginito remo che s’incaglia.


***

da: Anacoresi di Alfredo Riponi

L’essiccazione del mondo è la prosecuzione, nei dilavati universi di senso, di ciò che la poesia combina stilizzando suoni.


essere presenza e distanza da sé
discosto passato che torna
perché tutto sia detto
di nuovo ancora una volta
percorrere questa notte
ombra bocca voce

*

momenti di dolore
attimi variabili del nulla
dove l’aria è frammenti
cielo nero inutile
un punto tra due infiniti

postato da: alfred58 alle ore 20:33 | Permalink | commenti (8)
categoria:poesia
giovedì, agosto 27, 2009

NOTES POUR UN PROCÈS DE L’IDENTITÉ

Aimons-nous la femme quand nous la regardons s’écarteler pour nous recevoir ? De quelle espèce d’amour, plus fou que tous les autres ? Les mots sont faibles, surtout quand ils portent le poids de toutes les philosophies, de toutes les psychologies abandonnées. Les mots sont faibles devant le vagin où nous nous engouffrons.
Nous contenons dans nos bras, nos jambes, le corps de la femme désirée. Nous sommes chargés de l’énergie qu’elle émet et que nous allons lui restituer dans sa jouissance. Nous sommes cette femme qui bande jusque dans la raideur engourdie, ensommeillée de tous ses membres. Nous pesons sur elle de tout le poids qu’elle se donne en nous tirant à travers elle vers le centre de la terre.
Nous sommes tous fous, tous enfermés. Nous sommes tous liés, reliés. – Et nous ne nous délions, tous, que par la lutte irrégulière, instantanée, où chaque coup ne porte pas, mais déporte – sur la gauche, ou sur la droite. Nous sommes – femme ou homme assis, debout – désignés ou repérés. Mais nous nous situons « au-dessus de la bête », au-dessus de nôtre queue, de notre anus : prétention aberrante.

« Paranos » de l’interprétation du rôle que joue notre corps dans notre vie, nous trichons, plus ou moins mal, plutôt plus que moins. Nous mentons tous. Et nous parlons, 100% ou 99%, comme si nous disions toujours la vérité. Mais nous avons raison de mentir : c’est notre droit, quand ce n’est pas, du point de vue de l’ordre social, notre « devoir ». C’est-à-dire que nous sommes injustifiables, et c’est notre seule justification. La liberté commence par une décision abrupte, performative, où l’on remporte la première victoire sur l’hésitation.

1972

Alain Jouffroy, de l’individualisme révolutionnaire, Gallimard 1997

 

NOTE PER UN PROCESSO ALL’IDENTITÀ 

 Amiamo la donna quando la guardiamo aprirsi per riceverci? Di quale specie d’amore, più pazzo di tutti gli altri? Le parole sono deboli, soprattutto quando portano il peso di tutte le filosofie, di tutte le psicologie abbandonate. Le parole sono deboli davanti alla vagina dove ci riversiamo. 
Rinchiudiamo nelle nostre braccia, nelle nostre gambe, il corpo della donna desiderata. Siamo carichi dell'energia che emette e che gli restituiremo nel suo godimento. Siamo questa donna eccitata fin nella rigidità intorpidita, assonnata, di tutte le sue membra. Pesiamo su di lei con tutto il peso che si dà tirandoci con lei verso il centro della terra. 
Siamo tutti matti, rinchiusi. Siamo tutti legati, collegati. - E noi tutti non ci liberiamo se non grazie alla lotta irregolare, istantanea, dove ogni colpo non giunge a segno, ma fa sbandare - sulla sinistra, o sulla destra. Noi siamo - donna o uomo seduti, in piedi - nominati o individuati. Ma ci poniamo “al di sopra della bestia”, al di sopra della nostra coda, del nostro ano: pretesa aberrante. 
"Paranoici" dell'interpretazione del ruolo che gioca il nostro corpo nella nostra vita, bariamo, più o meno male, piuttosto male. Mentiamo tutti. E parliamo, al 100% o 99%, come se dicessimo sempre la verità. Ma abbiamo ragione di mentire: è nel nostro diritto, quando non è, dal punto di vista dell'ordine sociale, nostro “dovere ". Significa che siamo ingiustificabili, e questa è la nostra sola giustificazione. La libertà comincia con una decisione difficile, performativa, in cui si ottiene la prima vittoria sull'esitazione. 

1972

trad. alfredo riponi

postato da: alfred58 alle ore 20:53 | Permalink | commenti (11)
categoria:traduzioni, jouffroy
mercoledì, agosto 26, 2009

“Che cosa sta succedendo nel nostro paese? Perché è successo?...”
Così esordisce Antonio Moresco parlando dell’Italia, in uno scritto intitolato emblematicamente “I maiali”, contenuto nel libro “Scritti di viaggio, di combattimento e di sogno”, dove nessuno della classe political-culturale viene risparmiato. Un paese venduto al potere dei soldi. Un paese con un’opposizione politica inconsistente e incapace di pronunciare parole che aprano gli occhi agli addormentati davanti alla televisione. Un paese sotto il controllo di persone arrivate al potere per mezzo di “enormi macchine di corruzione in grado di comprare tutto e l’uso sapiente e cinico del condizionamento pubblicitario scientifico”.

“Una miscela spaventosa di vigliaccheria e arroganza, un personale politico allo sbando, abituato a convivere con il proprio piccolo cinismo in vendita al miglior offerente. Il peggio del peggio che, al nord come al sud, è riuscito a produrre il paese è salito per via elettorale al potere. La dimensione economica come unico universo dominante. Un orizzonte che non ha evidentemente nessuna difficoltà a convivere e interagire con forze che nel recente passato si presentavano come opposte tra loro, liberalismi, postfascismi, postsecessionismi, clericalismi di copertura, senza spina dorsale, senza intransigenza, senza radicalità spirituale, senza grazia, con le loro schiere di faccine di politici e giornalisti ben vestiti e dall’aspetto deodorato ma con l’alito che puzza di varechina, e di bravi ragazzi partoriti da quella solita, vecchia, grande, grandissima puttana che è la loro madre. All’orrore del comunismo al potere è seguito quello complementare della metastasi economica imperiale oggi dominante. Non si sente quasi parlare d’altro che di soldi, sui giornali, per strada. Parlano quasi tutti di soldi, sempre e solo di soldi, giovani e vecchi, ciascuno a suo modo, direttamente o indirettamente. Che cosa è successo? La gente ha sempre parlato di soldi, ma mai come adesso! Sembra che non esista nient’altro. Ma se conta solo questo, se disporre di un sacco di quattrini è l’unica cosa che dà valore a una persona, indipendentemente dal modo con cui se li è procurati, se con i quattrini si può comprare ogni cosa, persino il potere politico – chiavi in mano – di un intero paese, perché stupirsi se tutti, giovani e vecchi, uomini e donne, cercano di fare quattrini con ogni mezzo e con ogni parte della loro mente e del loro corpo? Che cosa valgono le prediche ipocrite dei moralisti di professione, se non si vuol mettere in discussione l’orizzonte generale che favorisce e enfatizza questo stato di cose? Mi viene da ridere – ma anche da vomitare – quando sento quelle facce citare strumentalmente – adesso – qualche frase di Pasolini, che a suo tempo avrebbero di sicuro esecrato. Non oso neppure immaginare cosa direbbe oggi Pasolini di queste figure e di queste facce e di questa merda che ci circonda! …”
“Mentre quella cosa orrenda che è diventata la televisione continua a ottundere e a narcotizzare. La maggioranza della popolazione vive con la testa in questa spaventosa macchina politico-pubblicitaria asservita. Agli elettori mettono davanti le facce, perché si dividano solo su quelle…”
“E poi c’è l’opposizione politica, coi suoi gruppi dirigenti insipienti, gregari, blindati, legati ad altri carri e ad altre cordate, nazionali e internazionali, palesi e occulte. Incapaci di pronunciare parole semplici, chiare, brucianti, che possano aprire gli occhi…”
“In che razza di spaventoso paese viviamo, sotto la sottile crosta della sua vanità e cinica inconsistenza?
È tutto marcio. Un paese che si prende per il culo da solo, si attribuisce sentimenti che non possiede. Sentimentale, ma privo di sentimenti. Moralista, ma privo di ogni morale. Ipocrita e corrotto fino al midollo.”

 
antonio moresco, scritti di viaggio, di combattimento e di sogno

postato da: alfred58 alle ore 21:49 | Permalink | commenti
categoria:letture, letteratura, moresco
venerdì, agosto 21, 2009

Come cominciano i Canti del caos di Moresco? Con la sua morte, l’autore muore per sua fortuna, prima di cominciare la sua opera, l’atto di creazione, “Non si da più possibilità di creazione… Più nessuno spazio per questo gettarsi a capofitto nel nulla, per tutto questo estremismo, questa infanzia. Gli è andata bene, è morto un momento prima di cominciare, potremo dire anzi che questa è stata in realtà la sua opera… : andare incontro alla sua increazione con passo leggero, di notte, per le strade.”. Morto per increarsi e risvegliarsi già all’interno dell’opera che inizia a scriversi. Eccolo l’incubo, sta iniziando con questo prodigioso risveglio tra vita e morte, nella tomba del sonno, risucchiato nell’increato. “Poter morire all’indietro, all’incontrario, senza essere nati e neppure concepiti, uscire persino dal progetto, dal primo sguardo, dalla materia oceanica, molle e scatenata e vischiosa”. Se Kafka cercava una porta, qui non c’è più nemmeno quella, si è dentro la magnetica materia delle voci che narrano la vita sulla terra; è da dentro, da questo abisso di materia contratta che tutto comincia a prendere forma, e illuminarsi. “All’inizio non ero da nessuna parte, eppure c’ero”… «Ma allora, forse, mi trovo nell’elemento amniotico, sono ancora feccia virtuale, prenatale!» ho pensato per un istante. Sentivo passare onde e spazio, pianeti, masse di luce piena”. Non è sogno e neanche veglia; è il flusso della coscienza smaterializzato, incorporeo e dislocato. “Cosa succede quando sogno e veglia si estinguono e tu non sei più da nessuna parte e non puoi più neanche gettare indietro la testa e poi morire?”. Non è una nuova alba e non è un sogno; è un inizio simile ad un’incubazione, dove non è possibile il minimo gesto creativo, neanche alzare un braccio, perché tutto è già scritto, vissuto, compiuto. “Quanti sogni, quanti pensieri, il tutto ormai fuori tempo, da un’altra parte, in un altro spazio, un’altra dimensione, per nessuno, per niente, e finalmente sono sul punto di cominciare”.
Il caos comincia dallo smarrimento, dalla sensazione di essere stato seppellito da vivo, cuore rivelatore di chi è passato dall’altra parte, ma sente che ci sono ancora voci di là, sopra la testa. “Posso ancora sentire dei viventi, se ci sono ancora da qualche parte dei viventi…”. “Ammesso che ci fossero stati degli altri e che quelle che mi pareva di sentire fossero davvero voci e non il rumore del vento che passava nei vialetti deserti…”. Quale lettore potrà decifrare le parole lasciate “scorgerne le proiezioni, le incarnazioni…”
La prima voce appartiene alla Musa, parla dei neonati uccisi; comincia la discesa all’inferno. La musa attende l’ultimo scrittore da un’eternità, senza speranza, ed eccolo. È il ritorno della musa in bello stile dopo tanti scrittorucoli astinenti; sarà lei ad inseguire lo scrittore che si nasconde, che redimerà la sua musa, che la farà uscir fuori dalla società dello spettacolo letterario, dal sesso che ingoia l’universo intero.
Personaggi a cascata cominciano a far irruzione sulla scena planetaria, clienti o aiutanti della Musa, anche un doppio (l’interfaccia). Arrivano un donatore di seme, un sacerdote, parlano, delirano, nel tentativo di uscire dall’inferno in cui sono precipitati. “Ah… liberarsi dalla prigione della riproduzione sessuata, da quest’inferno dei cicli, delle generazioni, mi dico mentre tutt’intorno è solo silenzio… ma c’è sempre una piccola luce qua e là dietro una o due tapparelle, di qualcuno che ancora non si addormenta e magari si sta tormentando o si è svegliato di colpo e ha acceso la luce bassa del comodino e ricomincia in piena notte a soffrire”.
La Musa è ora col suo scrittore, lontano da questa sofferenza e dal sesso-placebo, in un luogo che sembra fuori da ogni luogo, ma nel solo luogo possibile. “Com’è bello stare così, io e te insieme, senza sottilizzare sul luogo in cui ci troviamo, nel solo luogo dove oggi è concesso a due come noi di incontrarci”.
Tutto potrebbe sfociare nel romanzo, nella storia d’amore più assurda che possiate immaginare, invece per pagine e pagine i Canti del caos sono un incubo, l’immersione nel lato nascosto della società civilizzata, l’inferno. Bisognerà aspettare la fine dei Canti per capire quale gesto sovvertitore potrà farci uscire dall’inferno nel quale siamo precipitati: un improbabile ultimo Papa, Pietro II diventato l’Elvis II di una Chiesa trasferita a Los Angeles, che scioglie la Chiesa.


continua….


Alfredo Riponi

postato da: alfred58 alle ore 21:00 | Permalink | commenti (4)
categoria:testi, letteratura, moresco