lunedì, giugno 22, 2009

La cruna

 
C’è in giro una doppia paura, da una parte quella di ammettere un legame forte, inscindibile, tra l’esistenza e l’opera di uno scrittore. Dall’altra quella, apparentemente opposta, di valutare ogni opera secondo il metro di una riproduzione speculare dell’esistenza, e tutto ciò che non sta dentro questo piccolo spazio prefissato sarebbe lontano dalla «realtà», dalla «vita vera». Idea piccola e piccola ideologia rassicurante, fatta propria da chi ha un’aspettativa solo diversamente ma altrettanto angusta della letteratura come sovrapposizione edificante sul terreno morale, sociale, che trarrebbe proprio da questa piccola funzione il suo valore. In realtà entrambe spaventate dall’incontrollabilità e dalla moltiplicazione – anche conoscitiva – che si può generare nel movimento umano distruttivo-costruttivo non separato. Gli uni cercano di convincerci che la letteratura può essere solo auto-linguaggio e nient’altro, da giocare solo dentro l’universo separato della cultura e dei segni. Gli altri che può essere solo testimonianza di ciò che è già, cui sovrapporre al massimo un intento edificante, psicologico, esistenziale, morale o sociale. Mai che possa avvenire una moltiplicazione, una creazione, qualcosa che prima non c’era e che non sia puro travaso di intenzionalità pregressa, ma che si compia nel preciso momento dell’incontro esplosivo e spiazzante tra lo strumento linguistico in movimento e tutte le altre tensioni psicofisiche, mentali e genetiche e le forze che attraversano da una parte all’altra lo spazio e il tempo.
La vita è una ferita sempre aperta nell’immensità del cosmo, una cruna. Si può solo passare da là dentro, allargare la cruna. Anche se crediamo di essere dall’altra parte, siamo dentro questa ferita. Siamo circondati da disperazione, dolore, qualche volta anche da incontrollabile gioia, mentre stiamo andando a toccare, assieme a un possibile limite di sopravvivenza di specie su questo piccolo, sperduto pianeta, anche la sua zona fluida, connessa. Intanto l’universo – pare – si espande sempre più, le nostre molecole si allontanano impercettibilmente ogni istante di più le une dalle altre. Ci sarà un caldo enorme, da queste parti, poi un freddo enorme. Ascolto la voce di Billie Holiday che canta. Dove sarà la tua vocina, dolcezza, solo tra pochi miliardi di anni? Tutti i miti della cosiddetta modernità, antagonistici e separati, stanno finendo in qualcosa che non si sa se è un buco nero o una cruna. Anche la letteratura, quella cosa che è stata chiamata letteratura, qualunque cosa sia o creda di essere, è dentro questa ferita e questo buco nero e questa cruna. Tutta la massa verbale che è stata chiamata letteratura è ben poca cosa se crede di essere e di potersi tenere fuori da questo rischio e da questo passaggio, mentre molto spesso, al contrario, cerca di porre se stessa come diaframma che ci impedisce di vedere il movimento delle nostre stesse molecole che stanno fuggendo irresistibilmente verso questo buco nero e questa cruna.

 
Antonio Moresco, Lettere a nessuno, pp. 477-478

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domenica, giugno 21, 2009

Quello che tutti pensano

 

che dobbiamo difenderci la vista dai raggi solari
che la mancanza di spazio conduce alla morte
che accostando le ville il più possibile si sta più sicuri
che vivere in campagna è impossibile
che vivere in città può essere pericoloso
che respirare la polvere fa male ai polmoni

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che gli estremismi chiamano gli estremismi
che la rivoluzione mancata lo dimostra
che dato il prezzo non si può pretendere di più
che le ritenzioni delle feci ne sono il segno più chiaro
che la stampa è sempre male informata
che si vive nell’ignoranza crescente

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che il dolore è utile
che la civiltà si fonda sulla morte
che la felicità è il nuovo mito consumistico
che la realtà deve avere un futuro
che è finita l’arte borghese non l’arte
che un nuovo stato rivoluzionario esprimerà una nuova arte

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che il sogno è verità
che il sogno predice
che il sogno è borghese
che il sogno è menzogna del passato e del futuro
che i sogni si avverano
che le streghe lo sanno
che l’impotenza è tipica delle sinistre
che il sogno è rifugio tardo capitalista
che il sogno è lo specchio dell’amore
che in sogno si chiava e basta

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che nel sogno si chiava nell’acqua
che veniamo dal mare
che al mare ritorniamo
che le prospettive si dilatano
che tutto diventa collettivo
che ci andiamo tutti insieme a morire

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che non c’è riscatto
che non c’è spirito
che l’utero è perduto
che Dio ci aspetta a braccia aperte

 

Antonio Porta, Tutte le poesie (1956-1989), Garzanti 2009

 

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martedì, giugno 09, 2009

Il big bang del dolore

 

Da dove viene tutto questo dolore dei corpi che devono passare ogni volta attraverso la cruna della nascita e della morte? Se è la definizione e la separazione dei corpi la causa di tutto questo dolore, allora vuol dire che all’inizio – se c’è stato un inizio - nel momento di massima concentrazione e indistinzione, un istante prima del big bang e della separazione, non esisteva ancora il dolore. Oppure esisteva già, era già all’interno del primo nucleo di materia infinitamente concentrata e indistinta, ed è stata forse proprio la sua presenza concentrata fino all’intollerabilità a determinare questa esplosione, nel tentativo di alleggerire una simile concentrazione.

E adesso cosa sta succedendo? È in atto un generale e progressivo allontanamento dei corpi e delle loro strutture intime per l’espansione dell’universo o tutto sta tendendo invece a ritornare al momento dell’indistinzione, per sfuggire o per ritornare al dolore separato e alla morte dei corpi attraverso la cruna della nascita e della morte?

 

(Antonio Moresco, Lettere a nessuno, II parte)

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